Di Verona-Milan resta il ricordo di due domeniche fatali e un futuro incerto. Restano storie di malinconica grandezza, di occasioni mancate, di sliding doors più in rosso che in nero al Bentegodi. E un domani ancora da definire, nella ricerca di un diverso percorso, di una chiara identità. Resta una squadra, quella di Giampaolo, che non ha convinto, che ha ancora troppi uomini fuori ruolo e un bomber come Piatek da ritrovare. Contro un Verona con quattro punti dopo sei partite e uno spirito in linea con la grinta del tecnico Juric. Una squadra pronta a stupire ancora come in quella lontana domenica di maggio di oltre quarant’anni fa.

Il Milan e la “fatal Verona”: iniziò tutto nel 1973

Verona, per il Milan, diventa fatale per la prima volta il 20 maggio del 1973. Quella domenica fatale lo è per davvero, e non solo per quella tendenza a esacerbare le passioni nel linguaggio dello sport. Sul curvone di Monza si chiude un’era del motociclismo. Muoiono Renzo Pasolini, l’uomo che aveva fatto tremare Giacomo Agostini, e Jarno Saarinen, finlandese che avrebbe voluto lasciare le corse alla fine della stagione successiva perché non voleva rischiare più. “Ero attaccato alla ruota di Saarinen, davanti a lui c’era Pasolini. Ho visto la moto di Pasolini mettersi di traverso e sbattere sull’asfalto senza ragione. Saarinen gli è arrivatp addosso poi dentro tutti gli altri. Sono morti perché c’èera dell’olio sulla pista” dice Kanaya, come riporta la Gazzetta dello Sport. Sono le 15.17. Da un quarto d’ora è iniziata la giornata dell’harakiri del Milan, caduto sull’ultimo metro con lo scudetto della stella ormai a un passo.

Sirena stacca solo di testa, poi l’autorete di Sabadini e il gol di Luppi trasformano un’attesa formalità in una missione di fatto impossibile. Rosato accorcia, ma il Milan non c’è. Nella ripresa Pizzaballa frustra due ottime azioni del Milan, Vecchi para su Zigoni. Ma i rossoneri pagano la confusione, l’assenza del terzino Schnellinger, la solitudine in area di Turone che segna solo nella porta sbagliata. L’autogol e la doppietta di Luppi mettono fine alla partita, i gol di Sabadini e Bigon non cambiano la storia. Il Verona vince 5-3, il titolo va alla Juve che batte la Roma 2-1 con la rete numero 200 di Altafini. Ma il gol scudetto lo segna il protagonista meno prevedibile di tutti, Cuccureddu.

Verona-Milan 1990: Sacchi e Berlusconi contro Lo Bello

Gianni Rivera, che credeva di vincere, non cerca scuse. Albertino Bigon piange per un traguardo mancato, per una partita comunque rimasta nella storia. C’è proprio lui sulla panchina del Napoli diciassette anni dopo, il 22 aprile del 1990, penultima giornata di campionato. A Napoli si piangeranno lacrime di gioia quel giorno, per il secondo scudetto nella storia azzurra. Uno scudetto, sicuro nei fatti ma non ancora matematico, che arriva nell’anno della monetina che ha colpito Alemao a Bergamo, vera sceneggiata della stagione, e nel giorno in cui Verona torna ad essere fatale per il Milan.

“Lo scudetto si è fermato al rosso” titola Forza Milan, la rivista dei tifosi rossoneri. E’ il rosso dei cartellini di Rosario Lo Bello, figlio del grande Concetto, che ha espulso Sacchi, Costacurta, Rijkaard e Van Basten. Il Napoli, primo a pari punti con i rossoneri prima della partita, archivia in un quarto d’ora la partita la sfida a Bologna. Il Milan va in vanaggio alla mezz’ora con Marco Simone. Pareggia Sotomayor, poi il Milan perde la testa. Van Basten, espulso, si sfila la maglia verso l’arbitro. In nove, già provati dalla fatica di coppa a Monaco di Baviera pochi giorni prima, i rossoneri cedono. Davide Pellegrini scatena la festa del Napoli, che saprà amministrare i due punti di vantaggio all’ultima giornata.

“Chiudiamo questa settimana con una sentenza e un arbitraggio esemplari. Tutti hanno avuto occhi per vedere quello che è successo” dice Berlusconi. Lo Bello parlerà solo sette anni dopo, al Corriere della Sera. “Notai un diffuso nervosismo, ci furono proteste insolitamente vivaci e gesti addirittura clamorosi. Tutti segnali di uno stato d’animo particolare. Finita la partita, Galliani e Ramaccioni vennero da me a scusarsi, a nome della società, per il comportamento dei giocatori. Erano rammaricati ma sereni. Mezz’ora più tardi avevano però cambiato atteggiamento”. Cerca di sorridere, invece, Gianni Rivera, che più volte si era scontrato con il padre Concetto nel Milan di Rocco. “Speriamo” dice, “che ai Lo Bello nascano solo femmine”.

Verona-Milan oggi: Piatek sfida Stepinski

Il Bentegodi rimane comunque un campo ostile per il Milan che ci ha vinto solo due volte negli ultimi vent’anni: 2-1 nella stagione 2001-02, 3-1 nel campionato 2014-15 con doppietta di Keisuke Honda, ultimo rossonero a segnare due gol nella “fatal Verona”.

L’oggi racconta di un’altra missione, il ritorno al gol di Piatek che di questi tempi un anno fa aveva già segnato sette reti, mentre sperano di trovare spazio Theo e Rebic, l’ultimo arrivato. Il polacco è un tipico centravanti d’area, che punta la porta e tira: senza troppi pensieri, senza grandi alternative, come dimostrano i soli due assist serviti l’anno scorso. Ma Giampaolo chiede agli attaccanti di dialogare con i compagni, di interpretare un calcio corale. Piatek, ancora non pienamente a suo agio in questa nuova veste, paga anche la preparazione estiva più pesante della sua carriera.

Si prevedono ventimila spettatori per la possibile sfida a distanza tutta polacca fra il “Pistolero” del Milan e Mariusz Stepinski, arrivato dal Chievo per rinforzare un attacco un po’ leggero e dare sostanza a un inizio di stagione decisamente incoraggiante. Per una sfida comunque mai banale.