Vialli e Mihajlovic punti fermi da cui ripartire. Se ne parla (quasi) sempre per la loro resilienza, ma i due campioni evocano molto altro.
Sinisa Mihajlovic, il tempo che si ferma. Le lancette tornano idealmente indietro a due anni fa: la battaglia contro la Leucemia. Il ritorno in campo a sprazzi, le cure, gli allenamenti con la squadra. Le inquadrature da glabro al Dall’Ara.
La commozione di tutti i tifosi d’Italia. Immagini che restano impresse e che potrebbero tornare perchè Sinisa deve riprendere le cure per sconfiggere la malattia. Sono arrivate nuove avvisaglie, l’annuncio con serenità e grinta. Il serbo, tuttavia, non è solo resilienza ma è anche costanza e abnegazione: valori che valgono nella vita, ma sono anche un esempio per il calcio.
Il modo di concepire lo sport che possiede il serbo è molto più di una passione o un semplice dovere: stare in panchina per l’ex difensore è un’esigenza. Di quelle che, appunto, fanno sentire vivo. Allora rinunciare anche soltanto a novanta minuti diventa un peso. Questa è l’essenza di un calcio che non c’è più: talvolta si parla di ritornare alle origini. Miha – come lo chiamano affettuosamente gli estimatori – le incarna appieno.
Non ha nostalgia del proprio lavoro, ma di quello che l’ha reso prima un campione e poi un uomo migliore: la tensione pre-partita, quei rituali che sembrano tutti uguali, le strette di mano con i compagni, gli abbracci dopo un gol. Ogni aspetto è la miglior medicina, ma non soltanto dalle avversità della vita. Proprio rispetto all’atteggiamento da tenere quando, purtroppo, le cose non vanno: a causa di una brusca frenata, un imprevisto o una sconfitta.
Tutto torna attuale oggi, dopo che un altro campione deve arrendersi (al campo): Gianluca Vialli è uscito dai Playoff con l’Italia. Niente Mondiale per lui e Roberto Mancini, l’abbraccio dopo il trionfo di Wembley è diventato – nostro malgrado – una pacca sulla spalla per darsi forza. Eppure Vialli quella forza di ripartire ce l’ha, perchè non esiste sconfitta: lo sport, il calcio, anche per lui è una terapia.
Quella che gli tiene la testa lontano dall’ospite – come lo chiama simpaticamente – e dai pensieri più sconfortanti. L’ex attaccante non ha sconfitto del tutto la propria malattia, ma non ha perso la voglia di mettersi in gioco sempre. Arrendersi, paradossalmente, è la via più facile. Questo è l’insegnamento che lasciano Gianluca e Sinisa alla storia del calcio. Ecco perchè, se si deve ripartire, bisognerebbe farlo da loro.
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