Andrea Petagna racconta l’anno e mezzo più difficile della sua vita tra solitudine, stop e rinascita con il Monza.
Era uno dei grandi prospetti del calcio italiano e la cosa che colpisce è che ad oggi il ragazzo, l’uomo, ha ancora solo 30 anni. Parliamo di Andrea Petagna, attaccante del Monza che ha vissuto un anno e mezzo complicato, in campo e fuori, e che oggi si racconta senza filtri.

“Sono stati un anno e mezzo durissimi”. Lo dice con lucidità, non con rabbia. L’enfant prodige cresciuto nel Milan, passato poi per Sampdoria, Atalanta, Spal, Napoli, Cagliari e Monza, ha conosciuto la Serie A da protagonista e da comprimario, ma quello che gli è capitato recentemente è andato oltre il pallone.
La malattia del figlio, la separazione dalla compagna, la solitudine improvvisa – il suo racconto alla Gazzetta dello Sport abbraccia tutti i capitoli della sua vita: “Nessuno mi è stato vicino. A Milano ho un solo amico, tutti gli altri sono spariti, anche quelli che per anni mi sono girati attorno”. Parole pesanti, ma dette senza teatralità. È il racconto di chi ha toccato un punto basso e ha deciso di non nasconderlo.
La solitudine, lo stop e la scelta di chiedere aiuto: la confessione di Petagna
Il momento più difficile arriva quando il fisico si ferma e la testa resta sola. Una polmonite, due mesi senza allenarsi, chiuso in casa. “Stavo male. Tutto è cominciato da una polmonite, sono stato due mesi senza allenarmi, sempre a casa da solo. E senza poter vedere mio figlio”. È qui che Petagna decide di rivolgersi a uno psicologo. “Mi è servito”. Non aggiunge altro, ma basta.
Nel calcio si parla spesso di resilienza come se fosse una parola da spogliatoio. Qui è stata una necessità. La stagione 2024/25 si è chiusa con un dato che per un attaccante pesa più di ogni giudizio: un intero campionato senza segnare. “L’anno più nero”. Non cerca attenuanti. “Ero triste e negativo, arrabbiato perché non mi facevano giocare. Non stavo bene, ok, ma in A ho fatto 49 gol e volevo arrivare a 50. Ho rosicato, ma lo prenoto per l’anno prossimo”.
C’è orgoglio, certo. Ma non è l’orgoglio di chi si autoassolve. È quello di chi sa di aver attraversato qualcosa e non vuole che resti solo un numero nelle statistiche.
La svolta arriva dove spesso non si guarda: fuori dal campo. Il riavvicinamento al figlio Leo. “Mi ha sbloccato. È stato un segno del destino: per la prima volta ho potuto dormire con mio figlio e due giorni dopo ho segnato”. Il primo gol contro la Juve Stabia, poi quattro reti in 378 minuti. Non un’esplosione casuale, ma un segnale. “Dopo la separazione Leo stava con la mamma, il giudice aveva stabilito che per due anni non potevo vederlo, ma abbiamo trovato un accordo ed è stata la svolta”.
Nel mezzo, i tifosi del Monza che prima fischiano e poi applaudono, il lavoro con il professor Tognaccini tra Toscana e Sardegna, la fiducia dello staff e del ds Burdisso. Ma la chiave resta personale. “Oggi sono un uomo maturo e sono veramente felice. Sono stato forte. Dico grazie a me stesso, sono cresciuto tanto”.
Guardando indietro, un rimpianto lo ammette: “Non dovevo andar via dal Napoli. Avevo fatto 70 partite con due infortuni, lì stavo bene, e l’anno dopo ha vinto lo Scudetto”. E poi quel gol in Atalanta-Napoli 1-0 che, a suo dire, ha “salvato” la panchina di Gasperini. “Gli ho mandato un messaggio quando ha vinto l’Europa League e mi ha risposto: ‘Grazie, tutto è cominciato con un tuo gol’. Fantastico”.





