Nesta critica il Milan: ‘Serve un direttore sportivo e un bomber. E sui giovani italiani? Stiamo allevando polli’

Una voce amata di San Siro torna a pungere. Alessandro Nesta guarda il Milan come si guarda una vecchia casa di famiglia: con affetto, con rabbia, con idee chiare su cosa rifare da subito.

Le parole di Nesta scivolano addosso come un promemoria di tempi migliori. L’ex campione del mondo non fa giri: un club vive di scelte nette, di ruoli chiari, di talento lasciato respirare. Chi ha frequentato il vecchio Milan lo sa. Lì dove il rumore di San Siro piega le ginocchia e dà forza insieme.

Me lo immagino mentre indica due buchi nel progetto. Non li svela subito. Prima mette in fila un principio semplice. Un club si ristruttura se metti persone giuste nel ruolo giusto. Senza confusione. Senza alibi. È la regola non scritta di ogni ciclo vincente.

E poi c’è il campo dei ragazzini. Il campetto dietro scuola, la palla che rimbalza storta, l’istinto che vale più della lavagna. Qui Nesta è netto: a 12-13 anni, troppa tattica, pochi cortili. Se togli il dribbling al bambino, al ragazzo togli il coraggio. E il coraggio, nel calcio, fa gol.

Solo a metà strada, il punto. Per lui al Milan mancano due pilastri: un vero direttore sportivo e un bomber. Sembra banale, è decisivo. Senza una regia forte e un finalizzatore da 20 reti, ogni idea resta incompleta. Lo mostrano gli ultimi Scudetti: l’Inter con Lautaro capocannoniere e una dirigenza compatta; il Napoli di Osimhen e di una struttura sportiva che ha saputo vendere e comprare nel momento giusto. In alto ci arrivi quando la piramide è solida in cima e affilata davanti.

Il nodo della regia sportiva

Un club moderno ha una cabina di comando che separa visione e quotidiano. Il direttore sportivo tiene insieme scouting, mercato, minutaggi, salari, profili tecnici. È un “traduttore” tra proprietà, allenatore e spogliatoio. In Serie A, dove il margine economico è stretto, vale doppio. Senza regia, smarrisci rotta e tempi di manovra. Le squadre stabili, negli anni, hanno mantenuto continuità in quel ruolo e hanno saputo vendere bene prima di comprare meglio. È ciò che chiede, in filigrana, anche Nesta: responsabilità nette, processi rapidi, obiettivi misurabili. Non servono slogan, serve governance.

Talento contro schema: cosa insegniamo ai ragazzi

Il secondo punto brucia. Se i giovani italiani imparano presto il posizionamento ma tardi l’istinto, da grandi leggono il gioco ma non lo rompono. Gli indicatori lo suggeriscono: tra i top campionati, la Serie A concede pochi minuti agli Under 21. Eppure le nostre nazionali giovanili hanno alzato trofei recenti. Il potenziale c’è, la filiera si inceppa dopo. È un paradosso tutto nostro. Come si scioglie? Più uno contro uno nelle scuole calcio, più libertà controllata nelle sedute, staff che premiano il rischio, non solo l’ordine. Altrimenti, come dice Nesta con una metafora ruvida, alleviamo ragazzi perfetti… ma tutti uguali. E il calcio non lo vinci in batteria.

E il bomber? Non è un feticcio romantico. È la differenza tra un pareggio e un’inerzia che gira. Un 9 che occupa l’area, chiama la palla, vive di mezzo metro. Senza quell’istinto, i bei fraseggi si perdono. Il Milan ha creato tanto negli ultimi campionati, ma spesso è mancato il colpo semplice. Un finalizzatore che faccia sembrare facili le cose difficili.

Alla fine resta un’immagine. Un ragazzo in maglia rossa e nera, un pallone ai piedi, un avversario davanti. Nessuno schema in testa, solo un’idea: saltarlo. Se torna questa scintilla, e se in alto qualcuno orchestra con lucidità, il resto viene. Non è questa, in fondo, la promessa che ci ha fatto innamorare del calcio?