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Calcio

Serie A, la confessione è drammatica: “Indosserò delle protesi”

La carriera da calciatore ad alti livelli dà molto in termini di fama, denaro e opportunità anche in settori extracalcistici ma al contempo toglie anche molto. Anni di duri allenamenti e decine di match giocati fino alle stremo delle forze a lungo andare fiaccano anche il fisico d’acciaio di un asso del pallone.

Se poi si aggiungono gli infortuni, più o meno gravi, che funestano la carriera di qualsiasi calciatore professionista, non meraviglia che a fine carriera sono pochi quelli che possono ancora vantare uno stato di forma che ricordi anche solo vagamente quello di quando erano ancora in piena attività.

Altri ancora, più sfortunati, oltre a una carriera, nonostante l’indubbio talento, mai decollata anche per colpa degli infortuni in serie, si ritrovano a fare i conti con le drammatiche conseguenze delle molte volte in cui sono finiti sotto i ferri del chirurgo tanto da già sapere di dover presto o tardi utilizzare delle protesi.

Serie A, la drammatica confessione di Davide Santon

Nel corso dell’intervista concessa al quotidiano “Tuttosport” Davide Santon, ex difensore, tra le altre, di Inter e Roma, ha spiegato i motivi alla base della sua decisione di appendere gli scarpini al chiodo. Ebbene, l’ex “bambino prodigio” ha deciso obtorto collo di ritirarsi dal calcio giocato a 31 anni, a un’età in cui si è nel pieno della maturità agonistica, proprio per scongiurare il rischio di dover “indossare” delle protesi in caso di un nuovo infortunio.

Pericolo che, purtroppo, è soltanto differito nel tempo visto che, come l’ex giallorosso ha confessato nel corso della predetta intervista, “ho le ginocchia distrutte. Probabilmente quando avrò cinquant’anni potrei doverle metterle comunque, ma se avessi continuato a giocare il pericolo si sarebbe potuto manifestare nell’immediato. Io per il calcio ho dato tutto, ho sacrificato davvero il mio corpo. Tra muscoli e ossa sono tutto ammaccato”.

Davvero un triste epilogo di carriera per Davide Santon che, dopo il folgorante esordio a 18 anni nell’Inter di Mourinho, sembrava un predestinato. In molti, tra cui lo “Special one”, vedevano nel “bambino“, come affettuosamente lo chiamava Mou, le stimmate del fuoriclasse pronosticandogli conseguentemente una carriera ricca di successi senza però mettere in conto i “tiri mancini” che talvolta il calcio spietatamente assesta.

Luigi Pasquariello

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