Azadani - Calciotoday.it
Iran, cresce l’angoscia per Azadani: “La situazione è preoccupante”. L’ex calciatore è stato condannato a morte dal regime
E’ successo e forse prima o poi doveva accadere. La Repubblica islamica, il regime che sta operando una durissima repressione in Iran contro chiunque manifesti a favore della tutela dei diritti umani, ha per la prima volta condannato a morte uno sportivo. Nel caso specifico un ex calciatore, il ventiseienne Amir Nasr-Azadani.
E’ ancora giovanissimo, Azadani. Anzi, in teoria starebbe vivendo il momento migliore della sua carriera. Sul suo profilo Instagram campeggiano ancora scatti e video in cui è ripreso mentre si allena o in qualche azione di gioco. Ma si tratta purtroppo di un passato lontanissimo.
Amir è stato arrestato a fine novembre con le accuse di tradimento e di appartenere ad un gruppo armato e ben organizzato che opera con l’intenzione di colpire la Repubblica dell’Islam. Stando alle ultime notizie diffuse dalla BBC, l’ormai ex difensore iraniano è stato condannato a morte dal Tribunale di Isfahan, una città di due milioni di abitanti a circa 350 chilometri da Teheran, la capitale dell’Iran.
Lo scenario è davvero allarmante, se si considera che almeno altri trenta dissidenti sono stati rinchiusi in carcere e anche loro condannati alla pena capitale.
Durante la diretta Twitch di Calciomercato.it ai microfoni di TvPlay, proprio per fare il punto sul dramma dell’ex difensore iraniano, è intervenuto il giornalista Saman Javadi che ha parlato delle accuse mosse dal regime islamico nei confronti di Azadani. “L’arresto di Azadani si configura in tutta una serie di provvedimenti restrittivi, lui colpisce di più perché è un calciatore ed è giovane”.
Javadi ha precisato che la condanna all’esecuzione capitale non è stata ancora emessa, ma questo non rende lo scenario meno allarmante: “La notizia della sua condanna a morte si è diffusa circa quattro giorni fa. Da quel momento è partita una campagna social, e non è facile in Iran perché il governo blocca internet per 16 ore al giorno. Il capo giudiziario che si sta occupando dei fatti ha detto che la sentenza non è stata ancora emessa”.
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