Fonseca accende Roma-Juventus: “Spalletti ha dato identità, Yildiz come Francescoli” - Screenshot IG - calciotoday.it
Daniel Fonseca alla Gazzetta: Roma-Juve, Yildiz come Francescoli, il nodo Vlahovic e il futuro di Spalletti.
Ci sono ex che parlano con diplomazia e altri che, semplicemente, restano fedeli al proprio carattere. Daniel Fonseca appartiene alla seconda categoria. Alla Roma ha vissuto stagioni intense, alla Juventus ha vinto uno scudetto e una Supercoppa: due pezzi di carriera che si incrociano inevitabilmente nella sfida dell’Olimpico. E infatti, alla Gazzetta dello Sport, l’uruguaiano non si è nascosto.
“Di Fonseca c’è sempre bisogno…”, ha detto con il sorriso che lo ha accompagnato per anni anche sotto porta. Poi la battuta si fa analisi: probabilmente oggi sarebbe più utile a Spalletti che a Gasperini, perché la Juventus paga l’assenza di un riferimento offensivo stabile. L’infortunio di Vlahovic pesa, inutile girarci intorno. Ma Fonseca invita a non trasformare un problema in un alibi: “David non può aver disimparato come si segna: parliamo di un attaccante che al Lilla segnava 25 gol a stagione”.
È un passaggio interessante, perché restituisce la misura della pressione che si respira attorno al numero nove bianconero. Dopo la rimonta solo sfiorata in Champions contro il Galatasaray, la Juventus arriva all’Olimpico con l’urgenza di dare un segnale. Fonseca è diretto: una sconfitta renderebbe la corsa Champions “davvero difficile”, con sette punti che diventerebbero un macigno. La stanchezza europea può farsi sentire, ma a Roma – ricorda – “è impossibile rilassarsi”.
Tra i bianconeri, l’uomo che più lo intriga è Kenan Yildiz. Anche qui, niente frasi fatte: “Yildiz non si discute”. E il paragone non è banale, perché tira in ballo Enzo Francescoli, uno che in Uruguay è più di un campione. “A me ricorda un po’ Francescoli. Enzo è un fratello ed è stato il calcio, era anche l’idolo di Zidane”. Parole pesanti, se si pensa alla storia della numero dieci juventina. Fonseca lo sa, e infatti aggiunge che il confronto con Del Piero è “pesante”, ma il turco – dice – sta indossando quella maglia “con responsabilità e leggerezza”. È un modo elegante per dire che il talento c’è, e che certe serate possono riaccenderlo.
L’aneddoto su Francescoli e Zidane restituisce un calcio quasi domestico: una cena organizzata a Torino, “Zizou contento come un bambino”. Sono dettagli che sembrano secondari, ma spiegano la trama di relazioni che attraversa le generazioni.
Sulla Roma di Gasperini, Fonseca non sceglie la risposta più scontata. Malen ha avuto un impatto forte, ma lui indica Wesley, visto e apprezzato ai tempi del Flamengo. “È un top player e con le sue sgasate può bruciare la Juventus”. Parole che chiamano in causa direttamente Spalletti, invitato a trovare contromisure.
E proprio su Spalletti l’ex attaccante si espone con decisione. La Juventus – osserva – ha cambiato troppo negli ultimi anni e ha bisogno di stabilità. “Spalletti ha dato un’identità chiara alla squadra”. Poi la chiosa scaramantica: l’allenatore toscano “porta bene” ai bianconeri, con il riferimento inevitabile a Lippi e Allegri. Non è solo folklore: è il tentativo di leggere un filo storico dentro le scelte tecniche.
Il racconto si allarga al Como di Fabregas, alla simpatia per Ferrara “senza rivali” negli spogliatoi, ai ricordi con Mazzone e Ranieri. E infine alla nuova vita da agente, dove – ammette – è più facile fare gol che chiudere un trasferimento. “Lotito mi ha fatto sudare come un difensore per portare Muslera a Istanbul”, confessa.
C’è spazio anche per la parte più personale: la peritonite che qualche anno fa lo ha messo in pericolo. “Non ho avuto paura di morire, però me la sono vista brutta”. Oggi si allena ogni mattina e ha perso quindici chili. È la chiusura più sincera di un’intervista che attraversa passato e presente senza nostalgia stucchevole.
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