Serie A, da Pioli a Conte: tifano per una squadra ma allenano i rivali. Eccezione Inzaghi

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:47
Serie A, da Pioli a Conte: tifano per una squadra e allenano i rivali. Eccezione Inzaghi
Serie A, da Pioli a Conte: tifano per una squadra ma allenano i rivali. Eccezione Inzaghi

Quando cambi casa, lo cantava Ivano Fossati, cambiano umore, orizzonti e modi di vedere. Lo sanno anche gli allenatori, e ce ne sono parecchi in Serie A divisi tra la passione il lavoro, tra il tifo e la professione. Pecunia non olet, è verità antica. Perciò Stefano Pioli può iniziare a guidare il Milan pur avendo ammesso in passato di essere interista. “Sì, è vero. Sono cresciuto con i colori nerazzurri, con quel coro: con Beccalossi e Pasinato vinceremo il campionato. Anche se poi la mia professione mi ha portato da altre parti, la fede rimane. E anche la mia famiglia è interista” diceva quando venne annunciato come tecnico dell’Inter. Una frase che la memoria dei tifosi non ha dimenticato e ha reso l’hashtag #Pioliout uno dei più utilizzati su Twitter in tutto il mondo nei giorni scorsi.

Ancelotti dal Milan al Napoli, Sarri tifa Fiorentina

Allo stesso modo, Carlo Ancelotti allena il Napoli dopo una storia da bandiera del Milan, come giocatore prima e come tecnico poi. Ha vissuto la stagione della rivoluzione sacchiana, ha avviato poi un ciclo in panchina che ha portato i rossoneri a trionfare due volte in Champions League. Ma da piccolo era anche lui tifoso dell’Inter. “Il mio idolo era Mazzola, diventai interista grazie a mio cugino che abitava a Milano e che un giorno mi regalò un completo dell’Inter” ha detto. Ma non allenerebbe mai i nerazzurri, per rispetto della sua storia.

Chi l’ha preceduto al Napoli, e che a Napoli per i casi della vita era anche nato, non tifa per gli azzurri che pure ha condotto al record di punti in Serie A. Ma nemmeno per la Juventus che l’ha chiamato per continuare nel segno del bel gioco quanto costruito negli ultimi otto anni di trionfi in Italia con Conte e Allegri. Maurizio Sarri, infatti, guida la Juve ma è da sempre un tifoso della Fiorentina. E lo scarto tra il cuore e l’attaccamento professionale è più delicato perché dal passaggio in bianconero di Roberto Baggio, che i viola hanno vissuto come un tradimento, la rivalità si è fatta più aspra e non solo calcistica.

Interista o juventino? Lo strano caso di Antonio Conte

E poi c’è Antonio Conte. “Quando parla mi sembra parli ancora con gli juventini invece che con i nostri – ha detto Sandro Mazzola, bandiera dell’Inter, a “Un giorno da pecora” su Radio Uno – perché si nasce juventini come si nasce interisti, è difficile cambiare. Non c’è niente da fare, è una cosa che ha dentro proprio”. Troppo juventino per gli interisti, troppo interista per certi tifosi juventini che vorrebbero togliere la stella a lui dedicata allo Stadium: un’idea subito respinta dal presidente Agnelli nel rispetto della storia perché nessuno la può cambiare o reinventare al primo cambio di casacca.

Inzaghi alla Lazio fa eccezione

Fa eccezione, in questo valzer, solo Simone Inzaghi che allena la sua squadra del cuore, la Lazio, a cui ha dedicato vita e carriera da giocatore prima e da tecnico poi, dalle giovanili fino alla prima squadra. Ma questo non lo salva dalle critiche per i risultati che non arrivano, per un ciclo arrivato probabilmente a una sua fisiologica conclusione. Ma perché nel calcio italiano i cicli durano poco? Perché sembra impossibile un modello Ferguson o Wenger anche in Italia?

Italia, perché non può esistere un modello Ferguson

Innanzitutto per una questione sportivo-culturale. Il modo di vivere il calcio è diverso, al calcio si riconoscono poteri, aspettative, responsabilità maggiori. La celebre sintesi di Winston Churchill per cui gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le partite come fossero guerre, racconta uno spirito rimasto intatto nel tempo. Il calcio è insieme distrazione e consolazione, il successo della squadra diventa per estensione una forma di vittoria personale.

A questo si aggiunge una considerazione economica che rende il calcio moderno ancora più precario, in Italia più che altrove. Il fair play finanziario, la necessità di rispettare precisi parametri finanziari per evitare le sanzioni dell’Uefa, espone ulteriormente la debolezza delle società italiane. I conti anche dei club, infatti, dipendono eccessivamente dai diritti televisivi e dai premi Uefa, in sostanza dai risultati sportivi. La fetta di ricavi che le società generano attraverso la vendita dei biglietti e i contratti di sponsorizzazione solo in casi eccezionali supera il 50% degli introiti stagionali di un top club in Italia. Mentre, come rivela la Football Money League, indagine annuale dell’agenzia Deloitte sui conti delle principali squadre d’Europa, la quota di ricavi da biglietteria e attività commerciali nel 2018 ha raggiunto il 73% per il Bayern Monaco, il 70% per il Barcellona, il 66% per il Real Madrid, il 60% per il Manchester City e per l’Arsenal.

Aumentare il potere di appeal della società, rinforzare la quota di introiti che non dipendono dai risultati renderebbe le società più solide e di conseguenza permetterebbe anche scelte di programmazione più a lungo termine. Più si dipende dalla partita successiva, dall’esito della stagione, più l’orizzonte temporale si restringe. E si battono le due strade conosciute, cambiare allenatore e realizzare plusvalenze nelle sessioni di calciomercato. Poi il ciclo ricomincia. E di nuovo si cambia casa, di nuovo si cambiano orizzonti e modi di vedere.

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