Calcio Amatoriale e blocco Covid, la testimonianza: “Siamo in difficoltà, chiediamo tutele”

A causa delle restrizioni del DPCM in vigore, alcune attività come il calcio amatoriale sono state sacrificate: Andrea Zungri, gestore di campi sportivi e organizzatore di eventi, mostra il suo punto di vista e le sue difficoltà.

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Una porta da calcio (GettyImages)

Il Covid è il protagonista indiscusso del 2020. A dire il vero, è l’antagonista di questo strano anno. La diffusione del virus ha totalmente stravolto le nostre vite, dal più giovane al più anziano. Anche lo sport ha risentito il contraccolpo, soprattutto quello dilettantistico e amatoriale. Sono tanti i punti interrogativi e i problemi legati a questi settori e chi meglio di Andrea Zungri, gestore di una struttura sportiva di Napoli e organizzatore di eventi e tornei, ne può discutere. Dopo il lockdown, la ripartenza è apparsa come una boccata d’ossigeno, ma al momento, parte delle attività calcistiche nel suo centro sportivo sono sospese a causa del DPCM del 18 ottobre.

Andrea, Lei è responsabile del settore tecnico Nazionale dell’ENDAS, Ente di Promozione Sportiva riconosciuto dal Coni. Qual è il suo ruolo?

Mi occupo di disciplinare le attività calcistiche dell’ENDAS. Ogni regione ha un proprio comitato dell’ente, e io scrivo protocolli e incentivo le varie regioni a organizzare competizioni. Per esempio, ho stilato il documento del calcio, o ancora, creo e organizzo la fase nazionale per le vincitrici dei tornei di calcio regionali. Oltre all’attività calcistica, stiamo lavorando organizzare corsi per gli arbitri“.

C’è un dialogo tra istituzione e enti di promozione sportiva e amatoriale?

Da qualche mese, il ministero dello sport ascolta gli enti di promozione sportiva, c’è un interesse maggiore nel venir incontro alle esigenze di questo settore. Quello che manca è una sorta di sindacato, presente invece in qualsiasi altra attività lavorativa. Noi operatori dovremmo unirci per avere voce in capitolo. E’ in atto un progetto di questo tipo, sto lavorando per la creazione di una class action che raggruppa gli operatori dello sport. Nel mio caso, mi occupo dei contatti con gli organizzatori dei tornei, proprietari e dirigenti sportivi. Al momento, questo movimento è locale, ma vorrei avere un richiamo nazionale e collegarmi con altre federazioni di tutta Italia“.

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Partita di calcetto (GettyImages)

Il DPCM del 18 ottobre fa tanto discutere. Chi lavora nel mondo dello sport amatoriale e giovanile ha criticato il documento, qual è la sua ambiguità?

Il nuovo DPCM non è chiaro. E’ stato fermato tutto il calcio amatoriale, e in parte anche quello dilettantistico. Per dicitura, il dilettante svolge un’attività per divertimento, senza guadagni. La vera differenza tra il dilettantismo e l’amatoriale sta nel fatto che nel primo ci sia agonismo, c’è in ballo una competizione. Senza ombra di dubbio, se prenotassi un campo per giocare tra amici, starei parlando di calcio amatoriale e al momento non è consentito. Ma in un torneo organizzato, chi scende in campo già pratica dilettantismo. Inoltre, nel settore giovanile si riscontrano dei problemi. Per esempio, un ragazzo di 12 anni iscritto al campionato esordiente regionale può giocare, mentre un suo coetaneo che fa il provinciale non può scendere in campo, secondo il DPCM in vigore. Così non è giusto“.

Quanto è stato difficile poter sostenere costi e le misure di sicurezza richieste dopo il lockdown?

Per il mio impianto sportivo, abbiamo speso soldi per la sanificazione e per rispettare misure adeguate di sicurezza. Abbiamo comprato i termoscanner, abbiamo le colonne con i saponi antibatterici, abbiamo acquistato il kit per la sanificazione degli spogliatoi, i quali vengono puliti regolarmente con il cloro. Ora, però, c’è un problema di fondo. Non ho il divieto di chiudere l’impianto sportivo, ma non svolgo tutte le attività che potrei fare all’interno. Chi fa mutui per i campi, chi deve pagare l’affitto, dove li prende i soldi se non è operativo al 100%? Non chiudendo le strutture, le istituzioni non si sentono in dovere di darmi una mano economicamente“.

Lei organizza tornei ed eventi, che hanno avuto anche numeri d’iscrizioni importanti. Quando si potranno organizzare eventi come quello organizzato per il Red Bull Neymar Jr’s Five nella tappa di Napoli?

Non avrei proprio idea. Spero che chiudono definitivamente tutto per un breve periodo, come fatto a marzo e aprile. Almeno, in seguito riusciremo a riaprire e continuare a lavorare. Al momento, c’è una situazione ambigua, un punto interrogativo. Il torneo Redbull è in programma a maggio, spero di riuscire ad organizzarlo. Bisogna prendere provvedimenti seri al più presto per azzerare i contagi, sacrificarci un po’ tutti, per poi ripartire e lavorare“.

Quindi, Lei si sente abbandonato?

Non direi così. Vorrei solo che la mia professione e il settore in cui lavoro venga trattato come tutti gli altri. Bisognerebbe fare controlli nei luoghi per capire chi rispetta le misure di sicurezza e chi no, e in tal caso chiuderli. Nei miei tornei faccio i tesseramenti, da gennaio ne ho fatti 900, e documento ogni singola persona che gioca una partita. Nemmeno nei locali di ristorazione si prendono così tante informazioni. Per quale motivo i ristoranti possono restare aperti, e nella mia struttura parte delle attività devono essere sospese? Le persone sedute ad un tavolo sono ad una distanza minima tra loro, in un campo c’è molto più spazio. Inoltre, non ci sono evidenze scientifiche che dimostrano la diffusione del virus all’interno di un campo di calcio“.

Andrea, cosa spera per il futuro?

Mi auguro che tutti noi del settore sportivo ci riunissimo per darci forza a vicenda e condividere idee, opinioni. E spero che si prenda una decisione uguale per tutti. Non trovo corretto lasciare aperte alcune attività, mentre altre devono essere chiuse. Vorrei più giustizia, anche per chi lavora all’interno di uno stesso settore. Se io rispetto le norme di sicurezza previste, chiedo di essere tutelato nei confronti di chi non lo fa“.

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