Serie A, la differenza la fanno gli allenatori. Nel bene e nel male. L’esonero di Shevchenko conferma una tendenza particolare: l’analisi.
C’è chi dice che i campionati siano quel tempo che intercorre fra un esonero e l’altro, senza dubbio c’è molto di più, ma chi fa l’allenatore non può evitare di fare i conti con questa sorte. L’anno in corso ha dimostrato che gli allenatori fanno sempre di più la differenza: non scendono in campo, ma spostano gli equilibri.
Mourinho, Inzaghi, Sarri, Allegri. Un giorno idoli, quello dopo esuberi di un sistema che non sempre asseconda la logica: il calcio è una questione di cuore, ma non sempre c’è spazio per i sentimenti.
Chiedere a Gotti dell’Udinese, uno – dei tanti – che ha dato il massimo ma non è andata, oppure a Montella: l’uomo che si è seduto, fra le altre, sulle panchine di Milan e Roma portandosi via soltanto il proprio sorriso smagliante, che non ha perso mai. Neppure nei momenti più bui.
Altrimenti basta guardare Zenga, costretto – dagli eventi e dalla storia – a fare l’opinionista dopo qualche esperienza sbagliata. Occasioni sprecate, progetti finiti male o peggio ancora mai sviluppati. Fabio Grosso, eroe di Berlino e capro espiatorio di Verona e Frosinone. Shevchenko, l’uomo dei gol, graffiato dal Grifone. Gattuso, Ringhio in campo e addomesticato fuori. Cos’hanno in comune?
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L’essere stati fenomeni – a modo proprio – da giocatori e ritrovarsi – loro malgrado – allenatori sopravvalutati. Nel pallone. Pirlo docet: lo chiamavano il Maestro, ma quando è tornato a Torino (sponda bianconera) per sedersi in panchina è stato rimandato a Settembre. Una sorta di pena del contrappasso per cui se, hai dato tanto prima, appena slacci gli scarpini in maniera definitiva la musica cambia.
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Gli allenatori restano croce e delizia di un campionato: un giorno sulla cresta dell’onda e quello dopo sul fondo, ma la Serie A più passa il tempo e più si dimostra la rivincita dei secondi: coloro che magari in campo facevano da “spalla” ai big e in panchina hanno trovato una vera e propria età dell’oro. Chiedere a Inzaghi, oppure a Italiano. Esiste anche l’eccezione che conferma la regola, ma è impossibile non far caso a quanti top player, senza il pallone tra i piedi, siano stati ridimensionati. Stare a guardare non è per tutti, specie se la prospettiva – proprio come le priorità – cambia.
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