Fuori dai Mondiali, ma non fuori rotta. Il Marocco accetta l’amaro con la schiena dritta e chiama il suo cammino “un viaggio tra le grandi”: un modo per tenere vivo il fuoco, non per mascherare la ferita.
Il calcio, lì, è respiro quotidiano. L’uscita dai Mondiali fa male. Nessuno lo nasconde. Ma sentir dire “un viaggio tra le grandi” non è posa: è il riconoscimento di un percorso straordinario che ha messo il Marocco in un’altra mappa mentale, prima ancora che sportiva.
Le immagini corrono ancora veloci. Le notti di Doha nel 2022. La semifinale storica, la prima per un Paese africano. E poi, certo, anche gli inciampi recenti: chi segue i Leoni dell’Atlante sa che il calcio non perdona pause, che una partita storta può spostare una stagione. Qui però resta la sostanza: una squadra competitiva, un’idea chiara, una generazione che ha alzato l’asticella.
Cosa resta di questo cammino
Resta una base tecnica forte. Hakimi che accende la corsia. Amrabat che tiene la barra dritta. Ziyech, En-Nesyri, Bono: nomi che, presi uno a uno, spiegano il salto di qualità. Resta anche la mano di Walid Regragui, guida sobria e concreta, capace di blindare la fase difensiva e far correre le transizioni.
Resta soprattutto un’identità. Stadi pieni a Tangier, Rabat, Casablanca. Coreografie che sembrano murales. Un sistema che ha imparato a unire la diaspora europea con la crescita interna dei club: Wydad e Raja come scuole popolari di tifo e calcio, Berkane come esempio di gestione. Sono pezzi concreti, non slogan.
I dati aiutano a mettere a fuoco. Dopo il 2022, il Marocco si è consolidato tra le prime nazionali non europee. Ha affrontato con continuità avversari di prima fascia. Ha investito su centri tecnici e scouting. Non tutte le notti sono epiche, e lo sappiamo. Ma lo standard, oggi, è più alto di ieri. E questo cambia tutto, anche quando il tabellone dice “escluso”.
2030, l’occasione di casa
Ecco il punto che accende l’orizzonte: il torneo del 2030. Co-organizzazione con Spagna e Portogallo, una vetrina planetaria che il Paese prepara da tempo. Gli impianti esistenti vengono rinnovati. È in programma il nuovo grande stadio dell’area di Casablanca. La logistica si allinea a standard internazionali. L’AFCON 2025 in Marocco farà da prova generale: calendario serrato, infrastrutture sotto stress, organizzazione al microscopio. È esattamente quel test che serve.
C’è poi la parte che non compare nelle planimetrie. Le scuole calcio nei quartieri, i campi in sintetico dove il pallone non smette di rimbalzare, la voglia di una generazione di lasciare un segno. La co-organizzazione non è solo diplomazia sportiva: è una promessa fatta ai tifosi. Nel 2030 non si parla solo di ospitare. Si parla di competere.
Il Marocco ha già mostrato come si sta “tra le grandi”: rispetto dell’avversario, cura del dettaglio, fame. L’esclusione di oggi pesa, ma non spegne il progetto. Anzi, lo rende più urgente. Viene in mente una scena semplice: una sera d’estate, un lampione acceso, cinque ragazzi che segnano le porte con due felpe. Uno di loro alza la testa e chiede: “E se fosse proprio qui, la prossima volta?” È una domanda che vale più di un pronostico. È l’immagine di un Paese che ha già iniziato a giocare la sua partita del 2030. Con passo breve, respiro lungo e cuore aperto.
