Messi non è Che Guevara: resta a Barcellona, ma nessuno ha vinto

Leo Messi alla fine rimane a Barcellona. Ma non è una vittoria. L’argentino perde la partita con la società. Non è “Che Guevara”. Si complica anche la gestione Koeman

In quattro settimane si è consumata la fine di Messi come leader. La “Pulga” non è “Che Guevara”, nonostante il bel ritratto dell’Equipe in una copertina di qualche tempo fa. Ma sembra un’altra vita.

Le quattro settimane sono quelle che passano dal 2-8 contro il Bayern Monaco e la decisione di rimanere ancora per un anno. Resta ma dice di non essere felice. “Resto ma avrei voluto andarmene” ha dichiarato nell’intervista a Goal.com con cui annuncia il dietrofront. E’ un addio rimandato a fra un anno, così è se vi pare, alla fine della prossima stagione quando il suo contratto scadrà e potrà andarsene a parametro zero senza pensare alla data della clausola entro la quale comunicare la volontà di andar via.

Quella al centro di tutto, che ha fatto precipitare la situazione. Messi da contratto avrebbe dovuto dichiarare di volersene andare entro il 10 giugno. L’argentino, ha detto a Goal, avrebbe fatto più volte capire a Bartomeu la sua intenzione ma il presidente avrebbe sempre glissato: “Non è il momento, parliamo dopo”. Il 10 giugno, la Liga era in pieno svolgimento, la Champions League un obiettivo da raggiungere.

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Dal burofax al dietrofront: la partita con Bartomeu

Dal burofax al dietrofront: la partita con Bartomeu
Dal burofax al dietrofront: la partita con Bartomeu

Su questa base, forse anche mal consigliato, ha provato ad alzare la posta. Con il burofax del 25 agosto, con cui ha reso ufficiale la sua volontà fuori tempo massimo almeno secondo la lettera del contratto, ha provato a giocare su più tavoli. Almeno questa è l’impressione che se ne trae.

L’annuncio mette pressione a Bartomeu, il nemico pubblico numero 1. Secondo un’informata ricostruzione del sito The Athletic, sarebbe stato disposto al sacrificio di Messi anche per mascherare gli ammanchi nei conti imputabili a una sua gestione non proprio impeccabile.

Nella guerra con Bartomeu, Messi una partita importante l’aveva già vinta, convincendolo ad annunciare le elezioni anticipate per il prossimo 15 marzo. Il presidente uscente non ha chances di essere rieletto. Non ne ha ora, per gli effetti tecnici ed economici della sua gestione, ne avrebbe avute ancora meno se si fosse “macchiato” agli occhi dei soci-tifosi-elettori della partenza di Messi.

L’argentino ha l’appoggio di Joan Laporta, ex presidente che potrebbe ricandidarsi. “Magnifico Leo, una decisione saggia molto ben spiegata. E ora torniamo a lottare per vincere di nuovo e continuare a fare la storia” ha scritto su Twitter, dopo aver descritto la possibile cessione di Messi come un errore storico.

Di fronte alla fermezza di Bartomeu e della Liga, che ha confermato come la scadenza fosse rigida e non flessibile, il padre-agente Jorge ha provato l’ultima carta. “La clausola dei 700 milioni di euro non esiste” ha detto. “Un’interpretazione lontana dalla realtà” la fredda risposta.

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Messi, Suarez, Koeman: nessun vincitore

Impossibilitato ad andarsene, costretto a restare controvoglia, Messi avrebbe potuto continuare la battaglia legale ma a quel punto avrebbe dovuto trascorrere un mese almeno fuori rosa. E sarebbe stato anche peggio, a 33 anni.

Messi resta, strapagato e svogliato: ricco e sconfitto. Destinato a restare un altro anno in uno spogliatoio che certo non vedrà l’ex simbolo blaugrana nello stesso modo visto che avrebbe preferito essere da un’altra parte.

Bartomeu se ne andrà, ed è comunque lo sconfitto della storia da qualunque parte la si guardi.

Perde anche Koeman, arrivato per avviare un nuovo ciclo, che ha voluto la cessione di Suarez rimandata però dalla querelle con Messi. Capitano di una nave in gran tempesta, con un potere ancora di costruire e un campione più subìto che voluto. E con l’ombra di Guardiola, possibile “regalo” in caso di ritorno alla presidenza di Laporta. Non proprio lo scenario ideale per iniziare una nuova strada.

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